Another friday.
Ero davanti all'Emisfero di Monfalcone. Che è un supermercato, non un riferimento geografico. Ultimamente non amo trovarmi all'Emisfero di Monfalcone.
Mi ci aveva lasciato il mio capo, anzi, il mio supervisore. Non amo molto nemmeno l'espressione "capo", specie quando si tratta di qualcuno con cui vai d'accordo. Ero stato in ufficio fino a mezz'ora prima e ci sarei rimasto volentieri non mi fosse stato offerto un passaggio per casa. Era il 22 dicembre, ultimo giorno lavorativo prima di natale, ed il susseguirsi di rinfreschi giustificava il mio non voler andare. Ma dovevo. Grandi cose mi attendevano per quella sera e non potevo lasciarle aspettare. Ma torniamo all'Emisfero.
Una delle ragioni per cui non mi trovo più molto spesso all'Emisfero è che non bevo più molto. Una delle ragioni per cui non bevo più così tanto è che non amo andare all'Emisfero. C'è una logica dietro a queste affermazioni, e le spiegherò ora con calma.
Fino a qualche tempo fa, diciamo fino a quest'estate, ero un buon bevitore. Mi recavo regolarmente all'Emisfero per rifornirmi. Poco alla volta incominciai ad essere riconosciuto. Iniziò con le cassiere che mi sorridevano, riconoscendomi di vista. Poi non ricordo come, probabilmente leggendo il retro della mia tessera sconto, impararono il mio nome e cominciarono a salutarmi personalmente. La cosa si estese anche alle guardie all'ingresso. Nel frattempo anche i clienti cominciarono a notarmi. Sulle prime qualche giovane che mi lanciava uno sguardo d'intesa mentre sceglievo la sottomarca di rum meno corrosiva. Poi trentenni sovrappeso che mi facevano il segno dei due pollici verso mentre caricavo in spalla una cassa di Union. Eventualmente diventai una specie di microcelebrità locale.
Il Circo.
Arrivavo ai carrelli e c'erano già i bambini che mi indicavano. "Guarda, è arrivato Robin!" "C'è Robin!" I passanti mi facevano largo mentre cercavo di arrivare alla sezione bevande alcoliche col carrello, mi sorridevano ed io cercavo di far finta di niente. E creavo pure aspettative. "Secondo te cosa prenderà stavolta?" "Un'altra cassa di birra?" "E' un weekend, andrà sul superalcolico" "Che sia la volta buona che si compri uno di quei vini che adocchia sempre?" Mentre sceglievo la compagnia liquida che avrebbe accompagnato quella sera i miei amici e me, si sentivano i volumi del supermercato abbassarsi distintamente. Il pubblico voleva sapere. Poi quando compivo la mia scelta, c'era un sospiro di sollievo generale, mentre la gente si dava il cinque o prendeva il portafoglio per pagare la scommessa che aveva perso in merito.
Insomma, doveva finire. Non amavo quel genere d'attenzione. Per mesi non acquistai più alcunchè di alcolico, nè tantomeno mi avventurai in quel dell'Emisfero. Fu bello rendermi conto, tornandoci quella sera, che in pochi mesi ero già stato dimenticato. Presi rapidamente del rum e due bottigliette di pepsi, e mi dileguai. Erano per il concerto della sera, a prosecco. Era questa la ragione per cui ero andato via da un festino aziendale ancora in corso. Torno a casa, appoggio le cose, non mi cambio nemmeno, controllo l'orario dei bus gialli e riparto. Non mi fermo neanche venti minuti a casa: un attimo di riposo e crollavo. Il giorno prima ero tornato da Firenze, dove molte cose interessanti erano successe fino a tarda notte, ed il mio corpo chiedeva riposo. Il mio piano era di farglielo dimenticare con l'alcol. Poteva funzionare.
Piccolissima parentesi sugli autobus gialli di Duino. Sono gratis. Non si è mai capito perchè. Nè si è mai vista persona timbrare il biglietto. Ogni fermata ha macchinette per comprare biglietti. Nessuno li compra.
Poi però se prendi uno di quegli stessi autobus a trieste, è matematico l'arrivo di un controllore impaziente di multarti. Finora mi ci sono sempre adeguato, specie visto che in teoria ne consegue che viaggio gratis. Stavolta però avevo deciso di cambiare le cose. E' un'occasione speciale, mi ero detto. Per cui ho comprato il biglietto alla macchinetta. Dovevo provare l'esperienza. Potrò raccontarlo ai miei nipotini, ho pensato. Il bus arriva puntuale. Salgo, chiedo due informazioni all'autista, timbro, mi siedo. Mentre faccio per sedermi sento la voce dell'autista che mi dice "Ciò ma non serviva che te timbravi!". Se non altro adesso ho capito come funziona.
Sull'autobus, ho dedicato la mia mezz'ora di percorso a mischiare nelle dosi giuste la pepsi ed il rhum. E poi, una volta assaggiato, a peggiorare le dosi perchè ciò che ne uscivo era troppo gradevole al palato e non abbastanza nocivo. Se vuoi fare un cattivo cocktail, devi almeno fare lo sforzo di farlo bene. E possibilmente su un autobus che va su e giù per le stradine carsiche, spandendo liquidi da una parte e dall'altra. Quando sono arrivato a prosecco non avevo consumato molto per cui non ero certo ubriaco. I miei pantaloni invece sì.
Un secondo autobus mi porta da Prosecco Centro a Prosecco Stadio. Che metropoli, direte. No, è solo sparpagliata. Paradossalmente però questo paesino ospita più concerti di Trieste. Ed ha anche un ristorante di kebab. Queste due cose più il suo stesso nome sono un invito non indifferente a traslocarci.
Con un conoscente incontrato sul secondo autobus arriviamo al centro sportivo dove era stato montato il tendone per i concerti. Tendone gigantesco. Riscaldamento e luci. Spifferi ovunque. Evidentemente siamo arrivati un po' presto: l'unica accoglienza è un cartello con la scritta "Ingresso 5 euro" che ignoriamo mentre entriamo. In seguito avremmo saputo di vicissitudini complicate per ogni visitatore: si consegnano i cinque euro, viene consegnato un biglietto, viene rimosso il biglietto, viene applicato un timbro, vengono consegnati dei gettoni, ed a quel punto della spiegazione avevo già perso il filo. A noi era andata meglio:
"Siete musicisti?"
"No"
"Amici o accompagnatori?"
"Sì"
"Ok."
Intanto le band d'apertura erano sul palco che provavano gli strumenti. Il rimbombo del tendone era sgradevole, ma i riff che arrivavano di tanto in tanto si facevano apprezzare. Ogni tanto mi illudevo di sentire cose georgeharrisoniane. "Impossibile", mi dicevo, e continuavo il mio far nulla ed aspettare che arrivi gente. Dietro di noi un barista fa acrobazie con le bottiglie di vodka. La bora spiffera da sotto il tendone. Poi finalmente comincia ad arrivar gente. Prima Raffa, poi Bonko, Dani e l'attesa si fa più facile. Anche perchè con loro arrivano le prime birre. Dopo un po' anche uno dei miei cocktail negativi è sul tavolo, per la gioia di tutti (dove tutti = Bonko, me). Si mandano sms a Chuk richiedendone la presenza. Ridendo e scherzando, la prima band inizia a suonare.
